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giovedì 24 novembre 2011

AreaNetworking intervista il Partito Pirata Italiano – PARTITO-PIRATA.IT

AreaNetworking intervista il Partito Pirata Italiano – PARTITO-PIRATA.IT

LINK DIRETTO ALL’ARTICOLO DI AREANETWORKING:


Autore: Federico Lagni gravatarE’ Founder & Executive di AreaNetworking, punto di riferimento nazionale online del settore IT ed il più grande Cisco Users Group ufficiale in Italia. E’ Marketing & Communication Manager in Team Sistemi, importante azienda di Telecomunicazioni del Nord Est. In passato è stato Network Manager in un ISP nel quale gestiva l’Infrastruttura Maintainer. E’ appassionato e si occupa, comunque, di Marketing, Strategic Communication e di Management.

In questi giorni si sta parlando non poco del Partito Pirata italiano.

Noi abbiamo deciso di dare spazio all’associazione, intervistando Athos Gualazzi, il presidente del Partito.

Le domande presenti in seguito sono semplici e ci aiutano a capire cosa rappresenta e persegue questa associazione.

In successive occasioni ed interviste ci ripromettiamo di affrontare molto più nel dettaglio il Partito Pirata stesso ed alcuni temi in particolare.


ANW: Salve sig. Gualazzi e grazie per la partecipazione. In poche righe, spiega ai nostri lettori chi siete? AG: Nel 2006 un gruppo di amici di diversa estrazione culturale, informatici, umanisti e tecnici, allarmati dalle nuove tecnologie che avrebbero di fatto espropriato l’acquirente del completo controllo del personal computer acquistato, hanno deciso di costituirsi in “associazione libera fra cittadini denominata Partito Pirata”, anche alla luce dei risultati ottenuti in quei giorni dal Pirat Partiet in Svezia.ANW: Quali sono i maggiori obiettivi della vostra associazione? AG: Inizialmente si trattava di contrastare il chip fritz o il trusted computing e di chiedere la riduzione del periodo di protezione della legge Urbani sul copyright, la modifica delle normative sui brevetti, specialmente farmaceutici, tutela della privacy, accesso libero alla cultura/informazione e sviluppo della Rete. Nel tempo si sono ulteriormente qualificati e arricchiti di sfumature e puntualizzazioni derivanti dall’esperienza maturata nei confronti in Rete e per gli avvenimenti che si sono succeduti dalla data del minifesto/programma che risale al settembre del 2006, un’era per la Rete. Non siamo più monotematici ma più aperti ad altri temi sociali quali democrazia, ambiente, reddito e tutto quello che riguarda la convivenza sociale.

ANW: Come è evoluta l’attività del Partito Pirata italiano con il passare del tempo? AG: Ci siamo resi conto che era importante divulgare tutte le informazioni che raccoglievamo sia in Rete che sui media tradizionali sui nostri temi e opporci, per quanto in nostro potere e cioè sottoporlo all’attenzione dei cittadini, al trattato Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA) che tenta di limitare le libertà in internet e trasformarla in un mercato planetario o in un ulteriore canale televisivo.

ANW: Quali sono ad oggi i risultati che ritenete aver raggiunto? AG: Difficile dire quanto abbiamo solleticato l’opinione pubblica sui nostri temi, abbiamo partecipato alla “Commissione Gambino per la revisione del diritto d’autore” con scarsi risultati in quanto la stessa è stata addormentata dal Governo Berlusconi.

ANW: Cosa pensate si debba fare per diminuire il Digital Divide in Italia ed aumentare la copertura della banda larga? AG: Non certamente stornare le risorse dedicate allo sviluppo della Banda larga. Deregolamentare e liberalizzare completamente la possibilità per i cittadini di connettersi liberamente utilizzando sia le attuali tecnologie consolidate come WiFi, fibra ottica, cavo in rame che quelle prevedibili nell’immediato futuro, quali white spaces, liberate dal passaggio della TV analogica al digitale terrestre e ponti ottici nel vicino infrarosso e ultravioletto. Iniziative in corso come Ninux.org dimostrano come la società dei cittadini é desiderosa di autorganizzarsi per costruire le proprie soluzioni di connettività in modo completamente legale. Non ultimo divulgare cultura della Rete quale mezzo di comunicazione, condivisione e partecipazione alla vita sociale e politica.

ANW: Il 12 Novembre, all’Internet Governance Forum, avete annunciato di scendere in campo alle prossime elezioni. Quali sono i risultati che sperate di raggiungere con questa importante mossa? AG: Richiamare l’attenzione sui nostri temi, sottolineare che la Rete può portare sviluppo sociale, impulso alla ripresa nonchè costituire essa stessa parte della ripresa, non sarà la principale leva ma è comunque un impulso consistente per uscire da questa situazione economico/finanziaria, quanto questo riusciremo a condividere con i nostri concittadini tanto migliore sarà il risultato elettorale.

ANW: E’ nota la vicenda PirateParty.it. Cosa vi sentite di dire a riguardo al nostro pubblico? AG: Semplicemente che è ormai usuale, raggiunto un minimo di visibilità vedere sorgere cloni o imitatori, per il momento non sono nemmeno i comici ad effettuare tali operazioni ma semplici burloni se non speculatori.

ANW: Come vi posizionate fra i partiti dell’Arco Costituzionale? AG: Crediamo sia il momento di baipassare gli attuali schieramenti partitici e rivolgerci ai possibili elettori perché diano l’avvio ad un nuovo livello di democrazia ripristinando l’equilibrio fra i vari poteri costituiti, in poche parole trasparenza e partecipazione attiva da parte dei cittadini alle decisioni che li riguardano, stiamo studiando di mettere a disposizione di tutti una piattaforma partecipativa sulla quale proporre e votare riforme, leggi e tutto ciò che riguarda la vita sociale. La partecipazione dei cittadini alla stesura dei programmi di partito è la grande lezione impartita dal Partito Pirata a Berlino e questo modus operandi può essere esteso per spingere i cittadini ad attivarsi per partecipare alla costruzione di un programma politico per l’intero paese.

La piattaforma, per un breve cenno accademico, si basa sul metodo decisionale Schultz piuttosto che il metodo Simpson-Kramer (alla base degli attuali sistemi di voto). Un voto più modulato rispetto alle due attuali alternative.

ANW: Parliamo del gruppo di cyberattivisti Anonymous. Come vi rapportate a loro? Condividete tutti i loro pensieri e come considerate i loro modi di agire? AG: ANONYMOUS? I loro pensieri posso coesistere con in nostri. Le loro azioni fanno rumore nel tentativo di risvegliare gli “altri” (definizione lostiana!!!). Io personalmente credo che Anonymous significhi IDEA! Comunque ci rapportiamo a loro nella misura esclusiva con la quale loro si rapportano con le nostre idee e la nostra etica. Ci rapportiamo con tutto il mondo nella stessa misura, neutrali, portando avanti le nostre idee ed essendo pronti a rivederle totalmente se viene dimostrato che collidono con i fondamenti della libertà che cerchiamo di difendere.

Grazie ad Athos Gualazzi ed a presto per un secondo appuntamento.





lunedì 21 novembre 2011

PARTYPIRATE GREECE: THE BEGINNING

PARTYPIRATE GREECE: THE BEGINNING

COURAGE TO RESIST: PIRATE PARTY GREECE

ΤΟ ΚΟΜΜΑ ΠΕΙΡΑΤΩΝ ΕΛΛΑΔΟΣ ΣΤΟ YOUTOUBE. PIRATE PARTY OF GREECE (CURRENTLY ATTEMPTING OFFICIAL REGISTRATION). HTTP://PIRATIKO.ORG

PIRATE PARTY ITALY LOVE YOU

giovedì 17 novembre 2011

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:GOOGLE ADSENSE E IL BAN INGIUSTIFICATO

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:GOOGLE ADSENSE E IL BAN INGIUSTIFICATO

SUCCEDE CHE ALL’INIZIO DI QUESTO MESE HO PENSATO CHE OLTRE I BANNER COME AFFIALIATES POTEVO ATTIVARE IL FAMOSO GOOGLE ADSENSE.

SUCCEDE CHE ESSENDO ADMIN DI 8 PAGINE SU FACEBOOK OLTRE LA STESSA PAGINA FANS TWINFISH + ADMIN DI 2 ACCOUNT TWITTER + COMUNICAZIONE VIRALE TRAMITE DIGG – IDENTI.CA – FLATTR – TUMBLR – E SOPRATTUTTO BLOGSPOT &&BLOGGER.COM (SEMPRE DI PROPRIETA’ DELLA GOOGLE) DELLE NOTIZIE E DENUNCE E VIDEO E CENSURE E ALTRE AMENITA’ VARIE CHE POPOLANO LA RETE, QUESTO SITO COMINCIA AD AVERE UN TRAFFICO DECENTE.

NIENTE DI CHE, SIAMO SULLE 700/900 VISITE AL GIORNO. E DI QUESTO RINGRAZIO CON TUTTO IL CUORE LE NUMEROSE MANIFESTAZIONI DI SUPPORTO CHE MI SONO ARRIVATE.

SUCCEDE CHE PER FAR VIAGGIARE UN SITO IN MODO DECENTE OCCORRANO MOLTE ORE AL GIORNO, CERCARE LE NEWS, CERCARLE TRUSTED, CODARE TUTTO IN HTML, SCEGLIERE META-KEYWORDS E TAG PERFORMANTI, CHE RISPETTINO PERO’ LA REALE NOTIZIA.

PER FARE UN ESEMPIO, C’E’ CHI METTE UN TITOLONE, POI IN SOSTANZA APRENDO IL LINK CI SI TROVANO SOLO 4 RIGHE + 20 BANNER PUBBLICITARI.

SUCCEDE CHE QUESTO SITO IN 20 GIORNI AVEVA PRODOTTO CIRCA 1.200,00 EURO (SI, EURO, LA MONETA DEL MONOPOLI).

FACENDO HACKTIVISM SI PENSAVA ANCHE: CHEBBELLO! CON QUESTI SOLDI CI SI POSSONO FINANZIARE LE BATTAGLIE, ACQUISTARE SPAZI, PUBBLICARE LIBRI, DIFFONDERE CONOSCENZA.

E INVECE NO.

SUCCEDE CHE LA GOOGLE, APPENA SI RENDE CONTO CHE CI STAI GUADAGNANDO, ANCOR PRIMA DI CERTIFICARTI IL CONTO CORRENTE E LA TUA PERSONA, DI CUI HANNOPRETESO OGNI PIU’ PICCOLO DETTAGLIO PERSONALE. ALLA FACCIA DELLA PRIVACY E DEL LEGITTIMO DESIDERIO DI NON “CEDERE” AD ALTRI I TUOI DATI SENSIBILI, TI BANNA L’ACCOUNT, TI MANDA UNA MAIL DEL CAZZO DOVE PRATICAMENTE DICE O, TI PRENDE PER IL CULO CON 1K DI LINK PRIMA DI FARTI APPRODARE AL FAMOSO FORM PER INVIARE IL RICORSO.

QUESTO IL TENORE DELLA MAIL RICEVUTA IERI:

ACCOUNT DI GOOGLE ADSENSE DISATTIVATO

QUESTO MESSAGGIO È STATO INVIATO DA UN INDIRIZZO EMAIL UTILIZZATO SOLO PER LE NOTIFICHE E NON ABILITATO ALLA RICEZIONE. LA PREGHIAMO, PERTANTO, DI NON RISPONDERE DIRETTAMENTE. ————————————————————GENTILE PUBLISHER,DOPO AVER ESAMINATO I DATI RELATIVI AL SUO ACCOUNT ADSENSE, ABBIAMO STABILITO CHE IL SUO ACCOUNT COSTITUISCE UN RISCHIO PERCHÉ GENERA ATTIVITÀ NON VALIDE. POICHÉ È NOSTRA RESPONSABILITÀ PROTEGGERE GLI INSERZIONISTI ADWORDS DA AUMENTI ARTIFICIOSI DEI COSTI DOVUTI AD ATTIVITÀ NON VALIDE, ABBIAMO RITENUTO NECESSARIO DISATTIVARE IL SUO ACCOUNT ADSENSE. IL SALDO DOVUTO RELATIVO ALL’ACCOUNT, NONCHÉ LA QUOTA DI ENTRATE DI GOOGLE VERRANNO RESTITUITI AGLI INSERZIONISTI INTERESSATI.
TENGA PRESENTE CHE ABBIAMO PRESO QUESTA DECISIONE PER TUTELARE L’EFFICACIA DEL SISTEMA PUBBLICITARIO DI GOOGLE, IN PARTICOLARE IL RAPPORTO TRA INSERZIONISTA E PUBLISHER. CI RENDIAMO CONTO CHE CIÒ PUÒ CAUSARLE DISAGI. LA RINGRAZIAMO ANTICIPATAMENTE PER LA SUA COMPRENSIONE E LA SUA COLLABORAZIONE.
SE HA DOMANDE O DUBBI CIRCA LE AZIONI CHE ABBIAMO INTRAPRESO, SU COME PUÒ PRESENTARE RICORSO CONTRO LA DECISIONE O SULLE ATTIVITÀ NON VALIDE IN GENERALE, PUÒ TROVARE MAGGIORI INFORMAZIONI CONSULTANDO LA PAGINA HTTP://WWW.GOOGLE.COM/ADSENSE/SUPPORT/BIN/ANSWER.PY?ANSWER=57153.
CORDIALI SALUTI,
IL TEAM DI GOOGLE ADSENSE

############################

DOPO MILLE LINK SI ARRIVA AL FORM PER IL RICORSO:

GENTILE PUBLISHER,

Con questo messaggio confermiamo di avere ricevuto il suo ricorso.
Esamineremo il ricorso non appena possibile, tuttavia, a causa dell’elevato numero di email che riceviamo, potrebbe essere necessaria più di una settimana. Se in precedenza, ha inviato un altro ricorso per questo account, potrebbe non ricevere una risposta a questo o ad altri ricorsi.
Tenga presente, inoltre, che la presentazione di un ricorso contro la disattivazione dell’account AdSense non garantisce il ripristino dell’account.
In caso di dubbi o domande sugli account disattivati per attività di clic non validi, visiti la pagina https://www.google.com/adsense/support/bin/answer.py?answer=57153&hl=it.
Apprezziamo la pazienza e la comprensione.

CORDIALI SALUTI,

Il team di Google AdSense

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PAZIENZA? COMPRENSIONE? MA DE CHE! QUALCUNO HA MAI USATO ADWORDS PER CASO? VI RISULTA CHE SIANO MAI STATI DATI INDIETRO SOLDI AI PUBLISHER? HO TANTO L’IMPRESSIONE CHE QUESTO MECCANISMO SIA UNA COLOSSALE TRUFFA. MA AHIME’ NON POSSO PROVARLO, SE NON CON LA MIA BUONA FEDE. NESSUN “SOFTWARE” NESSUNO CASINO’ONLINE, NESSUN TRUCCHETTO STRANO, E NEMMENO TUTTO STO GUADAGNO! DOPO GIORNI E GIORNI PASSATI A FAR FUNZIONARE 2 SITI (FINO AD OTTOBRE AL MASSIMO CI METTEVO 1 ARTICOLO AL GIORNO) QUESTI CENSORI DECIDONO, E NON C’E’ TRIBUNALE O CHISSA’ CHI A CUI RIVOLGERSI, DI CHIUDERTI TUTTO. E DI TENERSI I TUOI 1.200 EURO.

DOMANDE FREQUENTI SULLA DISATTIVAZIONE DELL’ACCOUNT

LEGGETE E LEGGETE E ALLA FINE E’ SOLO IL NULLA. ABBIAMO IL TRIBUNALE SENZA APPELLO. ABBIAMO I GIUDICI SENZA POTER DIFENDERCI O AVERE AVVOCATI.

QUESTA E’ LA FANTASTICA GOOGLE ADSENSE, DI CUI FARO’ MIA BATTAGLIA PERSONALE, CHE PORTARO’ ALL’ATTENZIONE DEL PARTITO-PIRATA INTERNAZIONALE.

E’ ORA CHE ANCHE LE PERSONE SIANO PROTETTE DA QUESTE ENORMI SOCIETA’ AREALE ED UNICO SCOPO DI LUCRO.

ASPETTIAMO I RISULTATI DEL #FAKE_RICORSO_ADSENSE. SE NON VENGONO PORTATE REALI MOTIVAZIONI, PARTIRA’ UNA BELLISSIMA CAMPAGNA SUL TWITTER CON INVITOESPLICITO AL TOOL ADBLOCK, E PER QUANTO MI RIGUARDA AVRO’ CURA DI CHIUDERE TUTTO QUELLO CHE RIGUARDA GOOGLE.

IMMAGINE GOOGLE STREET

mercoledì 16 novembre 2011

Schio – Grave intimidazione a chi difende i beni comuni – Noi non abbiamo paura!

Schio – Grave intimidazione a chi difende i beni comuni – Noi non abbiamo paura!
Giù le mani dai beni comuni
Schio, 15/11/2011

Schio – Grave intimidazione a chi difende i beni comuni – Noi non abbiamo paura!

ANCORA UNA VOLTA NUOVE LEGGI E TEOREMI GIUDIZIARI TENTANO DI SOFFOCARE LE LOTTE E IL CONFLITTO SOCIALE

15 / 11 / 2011

IERI POMERIGGIO UN ATTIVISTA DI ARCADIA È STATO AVVISATO DAI CARABINIERI DELL’ESISTENZA DI PRESUPPOSTI SUL PROPRIO CONTO CHE, SE VERIFICATI, IMPLICHEREBBERO L’APPLICAZIONE DI MISURE DI PREVENZIONE DELLA SORVEGLIANZA SPECIALE DELLA PUBBLICA SICUREZZA NEI SUOI CONFRONTI.

UNA PERSONA CHE SI È SEMPRE IMPEGNATA NELLA POLITICA DAL BASSO E NELLA LOTTA PER I BENI COMUNI VIENE QUINDI ATTACCATA SU VARI FRONTI, DALLA SFERA COLLETTIVA ALLA SFERA PERSONALE, E CON LE PIÙ SVARIATE ACCUSE VIENE INDICATA COME SOGGETTO PERICOLOSO.

CIÒ CHE PIÙ STUPISCE È LA MANCANZA DI PROVE CHE VADANO A RAFFORZARE QUANTO È STATO SCRITTO IN QUESTO PROCESSO VERBALE DI AVVISO ORALE, È INFATTI CHIARAMENTE INTUIBILE CHE SI TRATTA DI SEMPLICI SUPPOSIZIONI SULLA BASE DELLE QUALI SI INVITA L’ATTIVISTA A CAMBIARE CONDOTTA.

QUESTO RAGAZZO È STATO ANCHE ACCUSATO DI TRARRE I MEZZI DI SOSTENTAMENTO ECONOMICO DA ATTIVITÀ ILLECITE, TUTTO CIÒ MOTIVATO DAL FATTO CHE NON STA ATTUALMENTE SVOLGENDO ALCUNA STABILE ATTIVITÀ LAVORATIVA.

UN’ ACCUSA DEL TUTTO FUORI LUOGO DAL MOMENTO CHE SI TRATTA DI UNO STUDENTE UNIVERSITARIO PROSSIMO ALLA LAUREA, CHE VIVE ANCORA CON I PROPRI GENITORI E STA SVOLGENDO ATTIVITÀ REGOLARMENTE RETRIBUITE DAL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE.

NON POSSIAMO PERMETTERE CHE SI ARRIVI AD UNA FORMA INTIMIDATORIA CHE ATTACCA PROPRIO COLORO CHE NON POSSONO PERMETTERSI DI FAR CONTO SU UN REGOLARE STIPENDIO MENSILE.

STUDENTI, PRECARI, VOLONTARI DI BANDI NAZIONALI A TERMINE SONO COLPITI DA QUESTA CRISI IN PRIMA PERSONA E NON POSSONO ESSERE PRIVATI DELLA LORO LIBERTÀ E DEL LORO DIRITTO DI MANIFESTARE PACIFICAMENTE IL DISSENSO.

IL TENTATIVO MESSO IN ATTO CON QUESTA NOTIFICA È QUINDI QUELLO DI CRIMINALIZZARE I SINGOLI, SI VUOLE ANDARE A INTIMIDIRE I SOGGETTI SCOMODI CHE NON STANNO A GUARDARE CIÒ CHE ACCADE NEL NOSTRO PAESE, MA SI OPPONGONO ALLE SCELTE ISTITUZIONALI E LOTTANO PER UN FUTURO E UNA SOCIETÀ DIFFERENTI.

LE ACCUSE RIVOLTE A QUESTO SOGGETTO, UNA PERSONA FRA LE TANTE CHE SI SONO MOBILITATE E SI MOBILITANO COSTRUENDO NUOVE PROSPETTIVE DI FUTURO PER TUTTI, SONO INACCETTABILI E NON POSSONO CHE ESSERE INQUADRATE NEL CLIMA CITTADINO CHE È STATO COSTRUITO AD ARTE PER TENTARE DI METTERE AL BANDO TUTTE LE FORME DI MANIFESTAZIONE PAICIFICA DI DISSENSO E LE PROPOSTE DI ALTERNATIVA ALL’ATTUALE SITUAZIONE POLITICO-SOCIO-ECONOMICA.

I MOVIMENTI SOCIALI METTONO IN DISCUSSIONE LO STATO DI COSE PRESENTI, FANNO PAURA A CHI NON CAPISCE O NON VUOLE COMPRENDERE LE TRASFORMAZIONI SOCIALI IN ATTO.

ANCORA UNA VOLTA NUOVE LEGGI E TEOREMI GIUDIZIARI TENTANO QUINDI DI SOFFOCARE LE LOTTE E IL CONFLITTO SOCIALE, SIAMO DI FRONTE AD UNA GRAVE DINAMICA DI REPRESSIONE CON LA QUALE SI VUOLE ANCHE ANDARE A MISURARE QUELLE CHE SONO LE NOSTRE FORZE IN UN’AREA PIUTTOSTO CONTENUTA COME QUELLA DI SCHIO E DINTORNI.

PER QUESTO È NECESSARIO CHE STASERA CI TROVIAMO TUTTI A SCHIO, ALLE ORE 19.30 IN PIAZZA GARIBALDI, IN OCCASIONE DELL’ #OCCUPYSCHIO (INIZIATIVA LANCIATA GIORNI FA SULL’ONDA DELL’INDIGNAZIONE, CON LA QUALE I CITTADINI ESPRIMERANNO LA LORO CONTRARIETÀ RISPETTO ALLE POLITICHE AVANZATE DAI GOVERNI INTERNAZIONALI) AD AFFERMARE CHE NON POSSIAMO ACCETTARE QUESTI ATTI REPRESSIVI NEI CONFRONTI DI CHI SI BATTE OGNI GIORNO PER I BENI COMUNI E PER GLI INTERESSI DELLA COLLETTIVITÀ.

I veri pericolosi socialmente sono coloro che quotidianamente tutti insieme contestiamo, coloro che costruiscono paura, intimidazioni e messe al confino.

PER ADERIRE ALL’APPELLO PUOI MANDARE UNA MAIL A CSA.ARCADIA@GMAIL.COM












lunedì 14 novembre 2011

L'EUROPA E' NATA MALE

DA ROSSANA ROSSANDA


di Rossana Rossanda

Dalle radici dell'idea europea al vizio originario dell'euro, che presenta il conto con la crisi attuale. Cosa può fare la politica? Le conclusioni di Rossanda al forum "La rotta d'Europa", che ha sviluppato alcune prime proposte possibili, contro le tendenze criminali della finanza, l'ineguaglianza crescente, il rigore che si accanisce su chi ha meno
A luglio, quando è precipitata la crisi greca, ho chiesto ad alcuni padri dell’Unione europea se e quale era stato l’errore nell’impianto ormai scricchiolante della Ue. Con Sbilanciamoci e Opendemocracy è iniziata una discussione che si è presto spostata dal “perché” si è arrivati a questo punto al “che cosa fare perché la situazione non si aggravi”. Ad essa hanno portato contributi preziosi molti economisti e sociologi, e sarà pubblicata interamente come ebook. In essa si sono confrontate alcune voci, peraltro interessanti, che hanno proposto l’uscita dall’euro dei paesi in maggiore difficoltà, primo la Grecia, mentre la maggioranza ha ragionato su come mantenere l’euro e la Ue dandole un nuovo indirizzo. Condivido queste ipotesi correttive, esposte da Mario Piantasu sbilanciamoci e sul manifesto del 6 novembre. Ma quali forze politiche le porteranno avanti?
 
Il nodo sociale dell'Europa
L’Europa è nata male. Una federazione europea, che era stata un ideale antifascista di pochi, sarebbe diventata più forte con la vittoria sul nazismo e sul fascismo: l’orrore del secondo conflitto mondiale avrebbe finalmente indotto il bellicoso continente ad andare a una pace perpetua dotandosi d’una qualche struttura federale. E pareva ovvio che un’avanzata democrazia sociale ne sarebbe stata la natura e il fine.
L’Europa era stata non solo la madre del pensiero politico moderno, che si sarebbe diffuso in Occidente, ma l’unico continente che ne aveva portato a fondo il nodo, lasciato irrisolto dal 1789, fra eguaglianza e libertà, sciogliendolo nella necessità di ravvicinare le condizioni di vita dei cittadini perché potessero effettivamente esercitare i diritti di libertà loro promessi. Era la questione sociale, divenuta dirompente fra il XIX e il XX secolo.
Essa aveva prodotto un forte movimento operaio fondato sulla necessità di un modo di produzione diverso dal capitalismo, basato sull’abolizione della proprietà privata dei mezzi per produrre (terra e capitali); su questo, in seguito ai grandi moti del 1848, si sarebbero delineate a fine secolo le correnti socialiste, la I e la II internazionale e nel 1917 si produceva in Russia la rivoluzione comunista della III internazionale, dando luogo alla Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Che il nodo fosse sociale riconosceva anche negli Usa il presidente Roosevelt, reagendo alla crisi del 1929 con un forte intervento pubblico, correttivo, il New Deal. E lo confermava la violenta reazione delle altre potenze europee, sviluppatesi nel liberismo, non solo con il tentativo di bloccare la giovane rivoluzione sovietica ma lasciandosi andare, prima con il fascismo in Italia, poi con il nazismo in Germania, e negli anni Trenta anche in Grecia e in Spagna, a forme estreme di reazione di destra, incontrollate fino alla tesi della sottoumanità delle “razze” ebraica e zingara e al loro sterminio. Ci sarebbe voluta la seconda guerra mondiale perché l’alleanza fra l’Urss e l’occidente democratico, Stati Uniti inclusi, ne avesse ragione, distruggendo il III Reich.
Già qualche anno prima, nel 1938, il liberale John Maynard Keynes rifletteva, similmente a Roosevelt, sulle catastrofi derivanti da un sistema totalmente affidato al mercato, e opponeva sia all’Ottobre sovietico sia alla reazione fascista e nazista un compromesso fra capitale e lavoro che, riconoscendo il conflitto di interessi fra le due parti, si proponeva di stabilire un qualche equilibrio di forze in un rapporto contrattato e garantito dallo stato. E infatti dopo la seconda guerra mondiale fu il keynesismo a dare la sua impronta alle costituzioni o alle politiche di ricostruzione europee, con l’allargamento dei diritti sindacali e un ruolo crescente delle istituzioni di welfare.
Si poteva pensare che la caratteristica di una Europa riunita sarebbe stata una avanzata democrazia sociale. Ma questa ipotesi non godeva delle grazie né degli gli Stati Uniti dopo la morte di Roosevelt, né del campo socialista dell’est, che temeva l’indebolimento dei partiti comunisti, e aveva le sue ragioni di diffidare dalle socialdemocrazie che, in linea di principio, avrebbero dovuto esserne le promotrici. L’aspetto militare assunto dallo scontro fra i due blocchi ha offuscato l’aspro scontro sociale che avveniva nell’Europa occidentale fra i governi e le sinistre del movimento operaio e comunista. I primi abbozzi di un coordinamento europeo, la Comunità del carbone e dell’acciaio e i tentativi militari della Comunità europea di difesa e poi della Ueo, portavano il segno dell’egemonia di destra. Il timore d’una terza guerra mondiale, per di più atomica, divenne centrale nei rapporti est-ovest.
 
Il '68, e la vendetta
Ma un cortocircuito saldava negli anni Sessanta il movimento americano per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam con la, apparente o reale, “nuova frontiera” dei Kennedy, e al sisma indotto nella chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II si affiancava una ripresa radicalizzata delle lotte operaie. Erano crepe che si aprivano su terreni divisi con lo stesso segno: il 1968, con la eco delle grandi università europee, e l’espandersi per le strade di masse giovanili acculturate e sicure di sé sarebbero state la nuova colata lavica che, simile al 1848, erompeva dal grembo della inquieta Europa.
Nuova, travolgente, e per ora ultima. Le forze conservatrici ne avvertono il pericolo più che le sinistre la intendano e ne colgano le possibilità. A dividerle dal ’68 era la sua natura libertaria; è tanto se, come in Italia, non lo attaccano. Sospetta ai partiti comunisti e ai sindacati, la fiammata del 1968, accesa in tutte le capitali ma prolungatasi nel decennio successivo soltanto in Italia, mette in allarme la conservazione. Negli anni Settanta parte la controffensiva della Trilaterale (1973), si forma la maggioranza ultradestra di Ronald Reagan negli Usa, i Chicago Boys di Milton Friedman imperversano su tutti i paesi dell’America Latina, in Gran Bretagna vince Margaret Thatcher e ne segue il New Labour di Tony Blair. Ed è ormai visibile il disgregarsi prima dell’egemonia poi della stessa Unione Sovietica, sancita dalla caduta del Muro di Berlino e la disfatta ingloriosa dei residui partiti comunisti in Europa. La Cina di Mao ha già cambiato il suo orizzonte e Cuba passa da una crisi all’altra.
L’implosione del campo dell’est nel 1989 mette un brusco arresto a quel che restava – e non era poco – delle conquiste sociali europee che erano andate crescendo negli anni Sessanta. Nell’agonia e morte del comunismo, erano le ipotesi keynesiane il nemico che restava da sconfiggere. Per “lacci e lacciuoli”, dai quali l’ardore dei capitali esigeva di essere sciolto, si intendeva qualsiasi regolamentazione da parte dello stato, mentre la spesa pubblica era denunciata come causa del debito pubblico. Non solo le sinistre storiche, sotto botta per lo scacco dell’Urss, si arrendevano al liberismo, ma gran parte dell’estrema sinistra era sedotta dallo slogan “meno stato, più mercato”. Insomma il vessillo di von Hayek sventolava di nuovo sul nostro continente.
All’inizio degli anni Novanta, questa è la Stimmung dominate dell’Europa che costruisce la sua Unione, rilancia il mercato unico e progetta l’euro. Alla base politica dell’unità europea non restava che una sbiadita identità antifascista con tinte nazionaliste: la povera discussione sulle “radici” europee (greco-romane o franco-germaniche, cristiane o ebraiche) fu la prova del declino di ambizione sulla fisionomia futura del continente.
Nella confusa fine del Novecento e nella persuasione che un’unità continentale sarebbe stata più rapida se si fosse evitato di sbrogliarne i nodi, si procedeva quindi a una unificazione della moneta fra paesi di differente struttura economica e politica, di diversa composizione sociale, legislazione e cultura. Il Patto di stabilità e crescita, che ne stringeva le regole, avrebbe costretto, con l’oggettività delle leggi economiche, a omologare lentamente le strutture e le istituzioni dei singoli paesi, senza forzarli a cedere di colpo le loro sovranità. L’Europa nasceva dunque soltanto come moneta comune, con le conseguenti politiche monetarie consegnate alla leadership della Banca centrale. Che fin dall’inizio ebbe come unico scopo contenere l’inflazione, rinunciando a ogni possibilità di alimentare lo sviluppo. A questo avrebbe provveduto la mano invisibile e la logica del mercato.
L’integrazione europea, nata con i sei paesi della Comunità, si sarebbe progressivamente allargata fino ai 27 dell’Unione attuale, indebolendosi piuttosto che rafforzandosi per le difficoltà dei paesi della periferia. Era rappresentata da un parlamento senza poteri, quelli effettivi appartenendo alla Commissione e quelli ufficiali al Consiglio europeo e a un suo presidente. Non si trattava di una federazione, perché i singoli stati, a cominciare dai fondatori, non erano disposti a trasferire alla Comunità le loro facoltà, salvo quella di battere moneta.
Tale era ed è rimasta l’Unione Europea. La supposizione che la moneta avrebbe trainato di per sé una armonizzazione delle politiche economiche e fiscali non si è verificata. Si auspicava anche che la Ue “parlasse con una sola voce sulla scena internazionale”, ma neanche questo è avvenuto. Ogni stato manteneva le sue prerogative e le sue leggi salvo alcuni pochi punti di principio, di cui si va molto orgogliosi, come l’interdizione della pena di morte. Un qualche coordinamento si dava, specie dopo l’11 settembre, fra le polizie su pressione degli Stati Uniti. È stata installata una Corte di Giustizia alquanto conservatrice. I ministri delle Finanze si incontrano periodicamente nell’Ecofin.
I diversi paesi sono rimasti dunque, in sostanza, allo stato di partenza, ognuno crescendo o calando da solo, con in più la strettoia di una moneta unica che impedisce di aggiustare i conti attraverso le svalutazioni. Crescere è diventato più difficile e a ogni stretta di crisi risorgono velleità nazionaliste, e fin xenofobe, oggi infatti assai diffuse. L’allargamento all’ex blocco dell’est, Russia esclusa, introducendo nazioni di scarsa solidità economica e scombussolate dal capovolgimento di un sistema politico e sociale, ha complicato il quadro, e costretto la Ue a un doppio regime: tutti ne fanno parte, ma alcuni fuori dall’euro, per ragioni opposte, la Gran Bretagna per non rinunciare alla sterlina, l’est europeo per non essere ancora in grado di stare al suo livello. La Germania avrebbe sperimentato sulla sua pelle le difficoltà di rimettere assieme un paese attraverso il quale era passata la frontiera fra est e ovest, riunendo due tessuti economici di forza affatto differente e due generazioni postbelliche formate su direzioni opposte.
 
Il vizio di nascita
La scelta liberista della Ue di lasciare piena libertà di movimento a capitali, uomini e merci apriva i confini nazionali e continentali a un via vai di esportazioni e investimenti che ha lasciato indebolite le economie europee. Essa interdiceva ai governi e alla Commissione di elaborare una linea di politica economica, ed esponeva così le proprie classi lavoratrici, che avevano conquistato in Europa i migliori salari e normative di lavoro, alla concorrenza dei costi minimi e della mancanza di diritti della manodopera dell’ex blocco dell’Est e dei paesi asiatici. La capacità di trasformare gran parte del lavoro vivo in tecnologia, anziché far risparmiare tempo alla forza di lavoro, ne moltiplicava la produttività e riduceva la dimensione numerica e il potere contrattuale del lavoro.
È evidente nei governi di centrodestra, che sono andati sostituendo i socialisti e i centrosinistra degli anni Novanta, l’intenzione di riavvicinare i salari europei al livello di quelli mondiali. La forza che avevano raggiunto nel dopoguerra i sindacati e i contratti nazionali è sottoposta a un fuoco incessante, e quando alcuni settori, come i metalmeccanici in Italia, resistono, i governi si industriano, in nome della deregulation, a far perdere di forza agli accordi fra le parti, introducendo una molteplicità di contratti diversi, il cui culmine è costituito da un precariato senza contratti. È una frantumazione della forza dei salariati e una riduzione di quella dei sindacati, che peraltro, formatisi nazionalmente, tendono a conservare i modesti margini raggiunti entro i confini nazionali, piuttosto che organizzarsi in una prospettiva continentale. Alla crisi delle sinistre politiche si somma l’assenza di una rappresentanza europea del lavoro. E una poderosa campagna ideologica per la quale il superamento della fabbrica fordista – con la sua direzione nei piani alti e la massa di manodopera che entrava e usciva dai cancelli – è gabellata per “fine dell’operaio” proprio mentre la mondializzazione aumenta un proletariato diffuso e inorganizzato.
Da parte sua la proprietà si unifica o divide attraverso fusioni o cessioni che passano oltre i confini nazionali, rendendo al massimo astratti i rapporti, inaccessibile la fisionomia del “padrone”, spaccando la manodopera e i suoi contratti attraverso le esternalizzazioni, mentre la libertà di movimento dei capitali induce i gruppi esteri più forti a fare incursioni nel know how di ciascun paese, acquistando questa o quella azienda, salvo spostarne le produzioni nei paesi dove il lavoro è a più basso costo.
L’occupazione europea scivola, quella giovanile cade, il potere di acquisto della forza lavoro diminuisce e con esso da domanda e le entrate degli stati. Per cui sale il debito pubblico e una politica di rigore segue all’altra, rendendo sempre più esigui i margini per la crescita. Il crollo del 2008-2009 di tutta Europa ha visto un modesto rialzo nel 2010 e in questa fine di 2011 la produzione rallenta di nuovo ovunque, compreso il paese più forte, la Germania.
Da parte loro, i capitali si spostano sempre di più dall’investimento in produzione a quello sui titoli finanziari, dove i profitti sono maggiori. La pressione delle banche, diventate tutte banche d’affari, e l’invenzione di una molteplicità di derivati – che si inanellano su se stessi fino a non avere a alcuna base su cui poggiare, con la formazione e lo scoppio di una “bolla” dopo l’altra – ha portato la finanza a raggiungere una dimensione molte volte superiore all’intero Pil mondiale. Gli allarmi e i propositi dei G20 non hanno fermato in nessun modo la finanza, neanche nei limiti minimi della abolizione dei paradisi fiscali.
L’esplicitazione del conflitto sociale aveva fatto dell’Europa alla fine degli anni Settanta la regione del mondo meno squilibrata fra ricchi e poveri, il prodotto lordo ripartendosi per quasi tre quarti al lavoro e per un quarto a profitti e rendite. Nel 2000 la quota dei salari era scesa di dieci punti percentuali, al 65%, e da allora non si è ripresa. La crescita del reddito si è concentrata sempre più nelle mani del 10% più ricco e, tra i ricchi, nell’1% dei ricchissimi. Le classi medie si sono impoverite e sono aumentate le aree di povertà assoluta. Cui fanno sempre meno fronte le politiche dello stato, costretto a ridurre il sostegno ai non abbienti e ogni forma di welfare, e imporre una maggiore tassazione dei redditi bassi e medi, nella propensione di classe a non colpire i grandi redditi, travestita da speranza che essi si risolvano a reinvestirli nella produzione.
Questa spirale e l’ostinazione a non colpire né le rendite né le transazioni finanziarie ha condotto la Ue all’attuale caduta della crescita e all’indebitamento crescente degli stati. Se a questo si aggiunge il flusso di migranti, prodotti dalla speranza di trovar in Europa il lavoro che manca in altri continenti, segnatamente in Africa, si intende come i paesi più esposti al loro passaggio, come l’Italia e la Spagna, pratichino misure di impedimento al loro accesso e di espulsione, non di rado su base etnica (i rom) che contrastano con tutti i principi di diritti, umani e politici, di cui la Ue suole vantarsi. Da parte sua, la manodopera europea, colpita aspramente dai suoi governi, non vede con solidarietà i disgraziati che sbarcano sulle sue coste: la guerra tra poveri è dichiarata.
 
L'asse franco-tedesco
Se liberismo, deregulation e libertà di movimento dei capitali rendevano difficilissima una politica economica degli stati e la interdicevano anche alla Ue, chi diventa la forza egemone dello sviluppo dell’Unione Europea?
La crisi aperta dalla catastrofe americana dei subprimes del 2008 e la crisi greca di oggi lo hanno evidenziato brutalmente. La sfera della decisione politica avendo consegnato da un lato alle priorità monetarie dall’altro al gioco dei mercati la maggior parte dei poteri che deteneva sull’economia, non è stata più in grado né di accompagnare né di correggere sviluppo o declino dei suoi paesi membri. L’accrescersi del debito greco, per gli squilibri crescenti dell’economia e una fiscalità ridicola, mentre l’Europa lasciava le sue banche specularvi a man salva, ha spinto quel paese all’insolvenza. Ma quando questa verità esplode, chi si trova davanti la Grecia? Non il Consiglio europeo né la Commissione, e tanto meno il Parlamento europeo. Si è trovata davanti l’asse franco-tedesco, le cui banche erano le sue più grosse creditrici.
Quale delle istanze europee ha incaricato Francia e Germania di affrontare la crisi greca? Nessuna. Alle spalle di Francia e Germania sono stati una Bce, il cui governatore era sulla via d’uscita per essere sostituito da Mario Draghi, e il Fondo Monetario Internazionale, diretto, dopo le sfrenatezze sessuali di Dominique Strass Kahn, dalla ex ministra francese delle finanze Christine Lagarde. Chi dunque della Ue dava autorità al presidente Sarkozy e alla cancelliera Merkel di decidere sul fallimento di un paese, sulla sua eventuale uscita dall’euro, sulle condizioni per evitare l’una e l’altra catastrofe (neanche prese in considerazione dai tentativi ripetuti di poderosi trattati)?
Il potere delle grandi economie, che avevano prestato alla povera Grecia. Un potere sancito dalle agenzie di rating. Esse hanno stabilito che la Germania, con i suoi surplus, è il solo paese a tre A che può accedere al credito al tasso del 2,5%; la Francia ha le tre A in bilico e deve pagare un tasso del 3%, l’Italia ha solo due A intere e deve pagare circa il 7% mentre la Grecia, sprovvista di buoni voti, deve pagare un tasso dal 24% al 30%, i creditori essendo così poco certi delle sue possibilità di rimborso da praticare interessi che costituiscono già parziale rimborso di capitale. Sono dunque la Germania e la Francia a porsi di fronte alla Grecia, debitrice soprattutto alle loro banche, e sono loro a predisporne il piano di salvataggio: tagli ai salari, tagli alle pensioni, vendita di tutti i beni pubblici possibili, imposte leonine e ventennali controlli. In cambio, il dimezzamento del valore dei titoli greci detenuti dalle banche private.
Quando il premier greco Papandreou, che ne aveva preso atto, ha dichiarato l’intenzione di sottoporre il piano a un referendum popolare, dato l’impegno enorme che esso costituiva per ogni cittadino greco, è venuto giù il mondo. Era un tradimento dell’Europa. Quando mai il popolo greco avrebbe votato il suo strangolamento? Già i cittadini del continente bocciavano di regola gli accordi europei loro sottoposti, e i governi preferivano farli passare dalle più docili maggioranze parlamentari. In breve, Papandreou e il parlamento hanno ritirato la proposta, il governo è caduto, una coalizione di unità nazionale porterà la Grecia a rapide elezioni. Questa è la fotografia esatta della democrazia in Europa. Il prossimo paese che si troverà nella medesima situazione sarà l’Italia.
 
Quale Europa, quale Italia
A quale Europa si troverà di fronte? La stessa. Se i mercati – cortese astrazione per non dare nome ad assai concrete proprietà – hanno avuto ragione degli stati, va da sé che hanno liquidato il peso degli schieramenti politici. Quale Italia si troverà davanti a questa Europa?
Le residue sinistre radicali sono state escluse dalla rappresentanza grazie a una legge elettorale trappola e ai loro limiti – primo di tutti non aver esaminato i cambiamenti del capitale e del lavoro, cioè le dimensioni della finanza e la frantumazione del lavoro dipendente. Gli eredi democratici dell’ex partito comunista, confusi e pentiti di essere stati tali, sono balzati a piedi uniti sulla linea liberista cui i governi di centrosinistra li avevano consegnati, senza neppur arrestarsi sul fronte keynesiano. I socialisti in Italia non esistono più. Il centro – ammesso che abbia una presenza simbolica – non è che una destra presentabile. La malattia più grave è che il paese s’è affidato, per ben tre volte dal 1994, dunque con cognizione di causa, a quel crescente margine di confusa illegalità e corruzione che è stato il berlusconismo ed è parso a metà degli italiani quasi una disinvolta furberia, giustificata dal fiasco delle sinistre. Silvio Berlusconi e i suoi partiti sono stati questa nuova veste della dominazione democristiana, cui solo la sinistra della medesima s’è rifiutata. E le inclinazioni anticostituzionali del berlusconismo hanno trovato utilmente un alleato nel populismo della Lega, che è antieuropeo perché bassamente “sovranista”. Un fascismo inquieto e in via di qualche conversione non ha avuto la tempra di reggere alla coalizione di Berlusconi.
La pulizia che, sperabilmente, verrà fatta con la partenza di Berlusconi darà spazio a una destra liberista dura, che si intenderà con quella franco-tedesca per una terapia d’urto all’enorme debito pubblico italiano, il più ingente d’Europa. Ci attendono lacrime e sangue, e ce li meritiamo.
A moderarla può essere una riflessione dei primi padri dell’Europa, che stanno esprimendo alcune preoccupazioni per una deriva che trascinerebbe, dopo i paesi della periferia, anche il centro – la ricetta greca non potendosi estendere senza indurre una recessione dalla quale nessuno potrebbe salvarsi. La urgenza di mettere un limite all’espansione e alla dominazione della finanza, attraverso una tassazione consistente delle transazioni, la possibilità della Bce di acquistare sui mercati secondari parte dei debiti pubblici riducendo subito le razzie dei mercati, una riforma fiscale di tutti i paesi del continente e l’emissione di bond per rilanciare una crescita oggi soffocata – nella linea delle nostre proposte – allenterebbe i vincoli che la sfera politica si è imposta e ne permetterebbe un inizio di riarticolazione antiliberista. Le scadenze elettorali imminenti in Francia e i Gemania, il – per ora assai confuso – rimescolamento delle carte in Italia, aprono alcuni spiragli a una modifica che non si limiti a orazioni di duro risanamento dei bilanci, con una risorgenza delle mortificate sinistre.
Dico risorgenza perché oggi come oggi, la sola risorsa politica e morale, cui farebbe bene a collegarsi subito quel che resta di sano nel sistema rappresentativo, sono i movimenti che si estendono su scala mondiale, sfiorando persino il santuario americano di Wall Street, e per l’Italia promotori dei referendum per l’acqua e i beni comuni, ecologisti, contrari al nucleare, per le piccole opere – fra le quali il risanamento idrogeologico del paese – e, sperabilmente, per la cultura. Nel welfare preso a fucilate, scuola e sanità, la protesta non è mai cessata e ha la sua massa critica. Queste aperture delle coscienze e della voglia di battersi dovranno anche fare un salto, moralmente doveroso, verso una solidarietà con i paesi che sono state nostre colonie e che abbiamo lasciato, o forse indotto, alla disperazione della fame, delle malattie e delle guerre tribali.
Il fatto che anche in paesi economicamente meno disastrati siamo oggi a “crescita negativa” – come si usa dire – implica ripensare che significa “crescita”, da dove possono venire occupazione, redditi, tecnologie. La perdita di lavoro e la precarietà sono malattie della società; non solo diminuiscono le entrate pubbliche, elidendo i margini del welfare – educazione, salute, previdenza – ma scompongono ogni tensione di libertà e eguaglianza e solidarietà, i soli valori sicuri che il nostro continente ha prodotto per le sue genti.
La politica vive in questi soggetti e questi temi di fondo. Le proposte che il nostro dibattito sulla “rotta d’Europa” ha sviluppato sono una prima rivolta contro le tendenze, che possiamo senza esagerazione definire criminali, del capitale finanziario, della accumulazione sempre più ineguale, di un rigore verso i poveri che con la austerità non ha niente a che vedere.
È un primo ed elementare cambiamento della rotta attuale europea. Si può osservare che è un programma così ragionevole da ridare il senso perduto alla parola “riformista”. Ma è una svolta in direzione di una convivenza umana meno feroce, cui ci siamo troppo facilmente rassegnati.

David Graeber: Che cos'è il debito?


Che cos'è il debito?

Denaro, crisi e progresso sociale secondo un antropologo

Philip Pilkington intervista David Graeber
 

Su cosa si fonda il valore del denaro? Come si origina il debito? Di fronte alla crisi globale che scuote oggi le più potenti economie capitalistiche del pianeta, sono probabilmente molti i profani di economia che, come il sottoscritto, si sono posti magari per la prima volta nella loro vita domande del genere.

Ho quindi deciso di realizzare e pubblicare su questo blog la traduzione di un'interessante intervista all'antropologo (nonché militante anarchico) David Graeber, già professore associato di Antropologia a Yale e oggi assistente di Antropologia Sociale presso la Goldsmiths University di Londra. 

La brillante carrellata storico-antropologica proposta da Graeber nel suo ultimo lavoro, "Debt: the First 5.000 Years" (MelvilleHouse Publ.), ci riporta alle origini del credito nell'Antica Mesopotamia e all'invenzione delle prime forme di moneta coniata da parte dei grandi imperi del passato, offrendo spunti particolarmente interessanti per interpretare la "crisi del debito" che sta sconvolgendo gli equilibri del mondo capitalistico.

L'intervista, disponibile in inglese sul blog naked capitalism, è stata realizzata dal giornalista e scrittore irlandese Philip Pilkington. Traduzione di Don Cave. Un grazie a DueCents (aka Paul D-Boy Kondratiev) per la segnalazione.
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Philip Pilkington: La maggior parte degli economisti sostiene che il denaro fu inventato per sostituire il sistema basato sul baratto. Ma le ricerche svolte hanno condotto a risultati completamente diversi, dico giusto?

David Graeber: Sì, c'è una storiella convenzionale che è stata raccontata a tutti noi, un "c'era una volta" – nient'altro che una fiaba, in effetti. Non merita davvero di essere introdotta diversamente da così: secondo questa teoria, in origine tutti gli scambi erano fondati sul baratto. "Sai cosa ti dico? Ti darò venti galline per quella vacca. O tre punte di freccia per quella pelliccia di castoro o per qualcos'altro tu possa offrirmi." Questo creava degli inconvenienti, magari perché il tuo vicino non aveva bisogno di galline in quel momento, ragion per cui si dovette inventare il denaro.

Questa storia risale almeno ad Adam Smith e a suo modo è il mito fondativo della scienza economica. Ora, io sono un antropologo e noi antropologi sappiamo da parecchio che si tratta di un mito, per il semplice fatto che, se ci fossero stati luoghi in cui gli scambi quotidiani si svolgevano secondo la formula "ti darò venti galline per quella vacca", avremmo scoperto almeno uno o due esempi di questa pratica. Dopo tutto, simili esempi sono stati cercati fin dal 1776, anno in cui fu pubblicata per la prima volta "La Ricchezza delle Nazioni". Ma se ci si pensa un attimo, difficilmente può sorprenderci il fatto che non si sia trovato nulla.

Si pensi a cosa sottintende quest'idea. Fondamentalmente, che un qualche gruppo di contadini neolitici, i Nativi americani o altri per essi, effettuavano scambi fra loro soltanto attraverso quelle che noi oggi chiameremmo operazioni a pronto [contrapposte alle operazioni "pronto contro termine", in cui un bene viene ceduto da A a B sul momento, in cambio di un bene di eguale o maggior valore che sarà ceduto nel futuro da B ad A, NdT]. Perciò, se il tuo confinante non ha quello che ti serve in questo momento, niente da fare.

Ovviamente, nella realtà accadrebbe qualcosa di ben diverso – ed è esattamente questo che gli antropologi osservano quando dei confinanti si impegnano in qualcosa come uno scambio reciproco: se vuoi la vacca del tuo vicino, tu diresti "Accidenti che bel capo!", e lui risponderebbe "Ti piace? Prendilo!" – e tu ti troveresti in debito con lui. Abbastanza di frequente, poi, le persone non si impegnano affatto in uno scambio; se si trattasse di Irochesi o di altri Nativi americani, ad esempio, tutti questi beni sarebbero probabilmente redistribuiti dai Consigli delle donne.

Perciò la vera domanda non è come il baratto generò un qualche mezzo di scambio, che assurse poi al rango di "denaro", quanto piuttosto come quel "sono in debito con te", nel suo senso più generale, diede origine ad un sistema preciso di misurazione, vale a dire al denaro come unità di conto.

All'epoca cui risalgono i reperti storici dell'antica Mesopotamia, intorno al 3.200 avanti Cristo, questa transizione è già avvenuta. Esistono già un sistema piuttosto elaborato di denaro di conto e un complesso sistema di credito. Soltanto il denaro inteso come mezzo di scambio o come un insieme standardizzato di unità circolanti in oro, argento, bronzo o altro, arriverà più tardi.

Questa ricostruzione, piuttosto che la classica storiella - quella secondo cui prima sarebbe venuto il baratto, poi il denaro, infine il credito – è la migliore spiegazione oggi a nostra disposizione. Il debito e il credito vennero per primi, quindi la coniazione di moneta emerse a distanza di qualche millennio e infine, quando ti capita di trovare il sistema di baratto del tipo "ti darò venti galline per quella vacca", è di solito in luoghi dove prima c'erano mercati basati sul denaro, ma per qualche motivo – come nel 1998 in Russia, ad esempio – sono collassati, o nei quali la moneta è scomparsa dalla circolazione.

 
PP: Lei sostiene che all'epoca cui risalgono i primi resoconti storici, redatti in Mesopotamia intorno al 3.200 A.C., c'era già in piedi una complessa architettura finanziaria. All'epoca quindi la società era già divisa in classi di debitori e creditori? Se la risposta è no, quando accadde ciò? Lei crede inoltre che sia questa la più fondamentale divisione in classi della storia umana?

DG: Da un punto di vista storico sembrano esserci due possibilità. Una è quella scoperta nell'Antico Egitto: uno stato fortemente centralizzato e un'amministrazione che riscuoteva delle tasse da chiunque non ne facesse parte. Per la maggior parte della storia egizia, l'usanza di prestare denaro ad interesse non si sviluppa affatto. Probabilmente non ne avevano bisogno.

In Mesopotamia le cose stanno diversamente perché lì lo stato emerse in modo discontinuo e incompleto. Inizialmente c'erano grandi templi in cui vigeva un controllo burocratico, poi fecero la loro comparsa anche dei sistemi di palazzo, ma non si trattava di veri e propri "governi" e non riscuotevano tasse dirette, che erano invece considerate un dovere dei popoli sottomessi. Piuttosto, possiamo dire si trattasse di enormi complessi industriali, con le loro terre, il loro bestiame e le loro fattorie. Fu qui che il denaro venne impiegato per la prima volta, come unità di conto; era utilizzato per redistribuire le risorse all'interno di questi complessi.

prestiti ad interesse, a loro volta, hanno probabilmente la loro origine negli accordi fra gli amministratori e i mercanti che trasportavano, poniamo, i manufatti in lana prodotti nelle fattorie di proprietà dei templi (che inizialmente erano almeno in parte delle imprese caritatevoli, offrendo ospitalità agli orfani, ai profughi o alle persone disabili, ad esempio) e commerciavano questi beni in terre lontane scambiandole con metallo, legno o pietre preziose. I primi mercati si formarono ai confini di questi complessi e pare funzionassero in larga misura sulla base del credito, utilizzando le unità di conto introdotte nei templi. Tuttavia questa circostanza offrì ai mercanti, agli amministratori dei templi e ad altri individui "ben piantati" l'opportunità di offrire prestiti per il consumo ai contadini per cui, se ad esempio il raccolto andava male, tutti cominciavano a restare invischiati nei debiti.

Fu questa la grande sciagura sociale dell'antichità – le famiglie si trovavano costrette ad ipotecare il bestiame e le terre e, dopo un po', persino le mogli e i figli potevano essere richiesti come pegno per i debiti. Spesso gli individui potevano trovarsi costretti ad abbandonare del tutto le città, unendosi a bande semi-nomadi, minacciando di tornare armati e di rovesciare del tutto l'ordine esistente. I governanti conclusero quindi che l'unico modo per prevenire un completo collasso sociale consisteva nel dichiarare bancarotta o "pulire le tavolette", cancellando tutti i debiti dei consumatori per ricominciare da capo.

Non è un caso che la prima parola che ci è stata tramandata con il significato di "libertà" sia il termine sumerico amargi, che stava per "libertà dai debiti" e che in senso letterale significava "ritorno alla madre": quando veniva dichiarata bancarotta, infatti, tutti i pegni offerti come garanzia del debito potevano "tornare a casa".

 
PP: Lei ha sottolineato nel suo libro che quello di "debito" era un concetto morale, ben prima di diventare un concetto economico. Ha inoltre notato che si tratta di una nozione morale piuttosto ambivalente, dal momento che può essere intesa sia in senso positivo che negativo. Potrebbe spiegare questo passaggio? Quale dei due aspetti ha svolto il ruolo più importante?

DG: Il concetto tende ad oscillare molto. Si potrebbe riassumere la storia in questo modo: ad un certo punto l'approccio egizio (tasse) e quello mesopotamico (usura) si fusero insieme, e le persone si trovarono a contrarre prestiti per pagare le tasseIl debito fu istituzionalizzato.

Anche le tasse rappresentarono un passaggio-chiave per la creazione dei primi mercati fondati sulla moneta circolante; pare infatti che la coniazione di monete sia stata inventata, o quanto meno si sia diffusa su ampia scala, per pagare i soldati. Ciò accadde più o meno simultaneamente in Cina, in India e nel Mediterraneo, dove i governi scoprirono che il modo più semplice per garantire l'approvvigionamento delle truppe consisteva nel concedere loro piccole porzioni standard di oro o di argento, e quindi esigere che chiunque altro all'interno della giurisdizione adoperasse quelle stesse monete come mezzo di pagamento per le tasse. Fu così che il linguaggio del debito e quello della morale cominciarono a svilupparsi.

In sanscrito, ebraico ed aramaico, per dire "debito", "colpa" e "peccato" si impiegava in effetti lo stesso termine. Buona parte del lessico dei grandi movimenti religiosi – giudizio, redenzione, equilibrio karmico e via dicendo – derivano dal linguaggio dell'antica finanza. Ma quel linguaggio risultava sempre mancante e inadeguato e cominciò ad essere travisato fino a trasformarsi in qualcosa di completamente diverso. È come se i grandi profeti e maestri di dottrina non avessero altra scelta che cominciare con quel genere di lessico perché era l'unico lessico disponibile all'epoca, ma che adottandolo l'abbiano stravolto, fino a trasformarlo nel suo opposto: come un modo per dire che i debiti non sono sacri di per sé, ma che il condono dei debiti, o la capacità di azzerarli, o di fare in modo che i debiti non siano effettivi – questi atti sì che sono veramente sacri.

Come accadde ciò? In precedenza ho detto che la grande domanda sull'origine del denaro è come possa essere accaduto che un generico senso di obbligazione ("sono in debito con te") si sia potuto trasformare in qualcosa che poteva essere quantificato in modo preciso. La risposta sembra quindi essere: ciò accade dove c'è la possibilità che la controversia si risolva con la violenza. Se si dà a qualcuno un maiale e in cambio si riceve soltanto qualche gallina, si potrebbe dire di aver a che fare con uno spilorcio, e schernirlo per questo; ma è improbabile che si riesca ad elaborare una formula matematica per misurare questa semplice percezione soggettiva. Ma se qualcuno colpisce il vostro occhio in un combattimento, o uccide vostro fratello, è in casi come questi che si comincia a dire "l'usanza prevede una compensazione di ventisette cavalle sane della migliore razza, e se non sono sane e della migliore razza, questo significa guerra!".

Il denaro, nel senso di un esatto equivalente, sembra emergere da situazioni come queste, ma anche dalla guerra e dal saccheggio, dalla distribuzione del bottino, dalla schiavitù. Nell'Irlanda medievale, ad esempio, la valuta più pregiata era rappresentata dalle schiave. E, in una qualsiasi casa, si sarebbe potuto specificare il valore esatto di ogni cosa, anche se pochissimi di quegli oggetti erano realmente vendibili, per il semplice fatto che erano utilizzati per pagare multe o danni se qualcuno li rompeva.

Ma una volta compreso che tasse e denaro cominciarono a diffondersi con la guerra, diventa più semplice capire cosa accadde realmente. Si tratta di una regola ben nota ai mafiosi. Se si vuole instaurare un rapporto di estorsione violenta, di potere assoluto, e quindi trasformarlo in qualcosa di "morale" – facendo addirittura sembrare che siano le vittime a doversi vergognare – quello che si deve fare è trasformare questo rapporto in uno fondato sul debito: "mi devi parecchio, ma per ora ti concedo ancora un po' di tempo...".

Molti esseri umani nella storia devono aver sentito parole del genere dai loro creditori. Il punto cruciale è: che altra risposta potresti dare se non "aspetta un attimo, chi deve cosa a chi"? E naturalmente per migliaia di anni è precisamente questo che hanno detto le vittime; ma nel momento stesso in cui lo facevano, utilizzavano il linguaggio dei loro governanti, ed ammettevano quindi che debito e moralità erano davvero la stessa cosa. Era questa la situazione che teneva in scacco i pensatori religiosi, e fu per questo che, prendendo le mosse dal linguaggio del debito, essi cercarono di rigirarlo e di traformarlo in qualcos'altro.

 
PP: Questo modo di pensare somiglia molto a quello di Nietzsche. Nella sua "Genealogia della morale", il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche propose una celebre argomentazione secondo cui tutta la moralità si fondava sulla riscossione dei debiti sotto la minaccia della violenza. Il senso di obbligazione instillato nel debitore era, per Nietzsche, l'origine della civiltà in quanto tale. Lei ha studiato nel dettaglio come moralità e debito si intrecciano fra loro. Come le sembra l'argomentazione nietzscheana a distanza di più di 100 anni? E cosa ritiene sia venuto prima: la moralità o il debito?

DG: Per essere onesti, non sono mai stato tanto sicuro che Friedrich Nietzsche parlasse seriamente in quel passaggio, o se l'intera argomentazione non fosse piuttosto un modo per scandalizzare il suo pubblico borghese; un modo insomma per sostenere che se si parte dalle assunzioni del pensiero borghese riguardo alla natura umana, il ragionamento conduce in modo logico ad una conclusione che metterà a disagio gran parte di quel pubblico.

In effetti, Nietzsche fa partire il suo ragionamento esattamente dalle stesse premesse da cui aveva preso le mosse Adam Smith: gli esseri umani sono razionali. Ma qui razionalità significa calcolo e scambio, e dunque commercio e baratto; vendere e comprare è allora la prima espressione del pensiero umano ed è quindi antecedente a qualsiasi tipo di relazione sociale. Ma ciò rivela allora in modo esatto per quale motivo Adam Smith sosteneva che gli uomini neolitici interagissero attraverso il commercio "a pronto". Infatti, se non intratteniamo alcuna precedente relazione su basi etiche, e la moralità emerge soltanto attraverso lo scambio, allora le relazioni sociali in via di sviluppo fra due individui si formeranno solo se lo scambio è incompleto – ossia se qualcuno non ha pagato.

In questo caso, una delle due parti agisce in modo criminale, e la giustizia dovrà essere istituita per consentirne la punizione tramite vendetta. Da ciò ne consegue pertanto che tutti i codici di leggi, quando ricorrono a formule del tipo "venti cavalle per un occhio strappato", in origine implicavano precisamente il contrario. Se devi a qualcuno venti cavalle e non sei in grado di assolvere il tuo debito, costui è autorizzato a strapparti l'occhio. L'etica inizia con la "libbra di carne" di Shylock.

Inutile dire che non c'è alcuna prova di tutto questo – Nitezsche inventò il ragionamento da cima a fondo. La domanda è semmai se credeva davvero nella sua argomentazione. Forse sono un ottimista, ma preferisco credere che non ci credesse sul serio. In ogni caso, il ragionamento ha senso se si prendono per buone quelle premesse; ossia che tutte le interazioni umane sono basate sullo scambio e, quindi, che tutte le relazioni che si sviluppano a partire da lì, sono fondate sul debito. Queste assunzioni fanno a pugni con tutto quello che oggi sappiamo o di cui facciamo esperienza riguardo alla vita umana. Ma se si comincia a pensare che il mercato è il modello per tutto il comportamento umano, le conclusioni sono queste.

Se al contrario si abbandona del tutto il mito del baratto, si assume come premessa una comunità dove gli individui intrattengono relazioni morali anteriori allo scambio, e ci si chiede come accadde che queste relazioni finirono per essere inquadrate in termini di "debiti" – il che vuol dire come qualcosa di esattamente quantificabile, impersonale e quindi trasferibile – beh, in questo caso si pone una domanda completamente diversa. In questo caso sì, bisogna considerare anzitutto il ruolo della violenza.

 
PP: Interessante. Forse è questo il momento giusto per chiederle come vede la sua ricerca sul debito in rapporto al classico saggio sul dono del grande antropologo francese Marcel Mauss.

DG: A suo modo, il mio lavoro rientra nel solco della tradizione maussiana. Marcel Mauss fu uno dei primi antropologi a chiedersi: va bene, ma se non cominciò con il baratto allora come? Come si comportano i popoli che non usano il denaro quando i beni cambiano di mano? Gli antropologi hanno documentato una varietà infinita di sistemi economici del genere, ma non hanno sviluppato dei veri e propri principi generali. Mauss notò che in quasi tutti questi sistemi, ognuno si comportava come se stesse semplicemente regalando qualcosa ad un altro, negando in modo deciso di aspettarsi qualcosa in cambio. Ma in realtà tutti sottintendevano delle regole implicite e coloro che ricevevano si sentivano obbligati ad offrire qualcosa in cambio.

Ciò che affascinava Mauss era il fatto che ciò sembrava essere universalmente vero, persino oggi. Se invito a pranzo un economista liberista, lui si sentirà in dovere di rendermi il favore e di invitarmi a pranzo in un'altra occasione. Potrebbe persino pensare di essere uno sciocco se non lo fa, e questo anche se la sua teoria gli suggerisce che ha semplicemente ottenuto qualcosa in cambio di nulla e dovrebbe esserne felice. Perché funziona così? Qual è la forza che mi fa sentire in obbligo di offrire un controdono?

Si tratta di un punto molto importante, e dimostra che esiste sempre una qualche moralità sottesa a quella che chiamiamo "realtà economica". Ma mi colpisce il fatto che se ci si concentra troppo su un solo aspetto della tesi di Mauss, si finisce di nuovo per ridurre tutto allo scambio, solo con l'aggiunta della clausola per cui alcuni fingono di non essere interessati ad ottenere nulla in cambio. In realtà Mauss non pensava a tutti in termini di scambio. Questo diventa chiaro se si leggono gli altri suoi saggi oltre a quello sul dono. Mauss insisteva sul fatto che oltre alla reciprocità ci sono molti principi differenti all'opera in ogni società, inclusa la nostra.

Come esempio, si potrebbe citare la gerarchia. Doni offerti a individui di rango superiore o inferiore non devono essere affatto ricambiati. Se un altro professore invita a cena il nostro economista, di sicuro egli si sente in dovere di ricambiare; ma se lo fa una matricola, penserà probabilmente che accettare l'invito sia già di per sé abbastanza. E se è George Soros ad offrirgli la cena, in quel caso non si sentirà affatto obbligato ad offrire qualcosa in cambio. In relazioni esplicitamente asimmetriche, se si dà qualcosa a qualcuno, lungi dall'offrire un favore in cambio, è assai più probabile che gli altri si aspettino che lo si faccia di nuovo.

Un altro esempio sono le relazioni di tipo comunistico – definisco questo tipo di relazioni, in accordo con Mauss, come quelle in cui gli individui interagiscono sulla base del principio "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni". In relazioni del genere gli individui non si affidano alla reciprocità dello scambio; ciò accade ad esempio quando cercano di risolvere un problema, persino dentro un'impresa capitalistica (come dico sempre, se un dipendente della Exxon dice, "passami il cacciavite", l'altro non gli risponde "certo, ma cosa mi dai in cambio?"). In un certo senso, il comunismo è alla base di tutte le relazioni sociali, nella misura in cui se il bisogno è sufficientemente grande (sto affogando) o il costo da sostenere abbastanza ridotto (posso avere della luce?) ci si aspetta che tutti agiscano in quel modo.

In ogni caso, ecco cosa ho ripreso da Mauss: ci saranno in ogni caso molti principi di tipo diverso che agiscono in modo simultaneo in un qualsiasi sistema sociale o economico, ed è questo il motivo per cui non potremo mai rendere tutto ciò oggetto di una vera e propria scienza. L'economia ci prova, ma lo fa ignorando tutto eccetto lo scambio.


PP: Spostiamoci allora sul terreno della teoria economica. Gli economisti hanno alcune teorie abbastanza specifiche sulla natura del denaro. C'è l'approccio più diffuso che abbiamo già discusso brevemente; c'è la cosiddetta teoria del bene-moneta (Commodity Theory of Money), secondo cui alcuni beni specifici sono stati adottati come mezzi di scambio per rimpiazzare le rudimentali economie fondate sul baratto. Ma ci sono anche delle teorie alternative, oggi più in voga. Una è la teoria circuitista (Monetary Circuit Theory), secondo cui tutto il denaro deriva dalla creazione di debito all'interno del sistema bancario. L'altra – che integra l'approccio circuitista – è la teoria cartalista (Chartalism), per la quale tutta la moneta è un mezzo di scambio rilasciato da un ente sovrano e sostenuto dalla capacità, da parte di quell'ente, di riscuotere tributi. Spenderebbe qualche parola su queste teorie?

DG: Una delle mie fonti d'ispirazione per "Debt: The First 5.000 Years" è stato il saggio di Keith Hart intitolato "Two Sides of the Coin" ("Le due facce della moneta"). In quel saggio Hart sottolinea che non solo le diverse scuole economiche hanno differenti teorie sulla natura del denaro, ma che c'è anche motivo di credere che entrambe hanno ragione. Per la maggior parte della sua storia, il denaro è stato una strana entità ibrida che presenta le caratteristiche sia di un bene (la moneta intesa come oggetto) sia di una forma sociale (credito).

Quello che penso di aver detto in più rispetto a questa tesi, è che da un punto di vista storico, pur essendo sempre stato entrambe le cose, il denaro ha oscillato avanti e indietro: ci sono stati periodi in cui il credito veniva per primo, per cui si può adottare più o meno la teoria cartalista della moneta; e ci sono stati periodi in cui predominava la moneta corrente, per cui risultano più utili le teorie del bene-moneta. Tendiamo a dimenticare , ad esempio, che nel medioevo, dalla Francia alla Cina, il cartalismo era nulla più che senso comune: il denaro era pura convenzione; in pratica, era qualsiasi cosa il re fosse disposto ad accettare come pagamento delle tasse.

 
PP: Lei afferma che la storia oscilla fra periodi di moneta-bene e periodi di moneta virtuale. Non pensa che abbiamo raggiunto una fase nella storia in cui, grazie all'evoluzione tecnologica e culturale, potremmo assistere alla scomparsa definitiva della moneta-bene?

DG: I cicli si stanno facendo via via più brevi man mano che andiamo avanti. Comunque ritengo che dovremo aspettare almeno 400 anni per scoprire se le cose stanno davvero così. È possibile che questa era si stia avvicinando al termine, ma sono più preoccupato dal fatto che ora viviamo in un periodo di transizione.

Le ultime volte in cui abbiamo assistito ad uno slittamento dalla moneta-bene alla moneta di credito non è stato esattamente un bello spettacolo. Per citarne alcune abbiamo la caduta dell'Impero Romano, l'Era di Kali in India e il crollo della dinastia Han... ci furono morte, catastrofi e massacri. Quello che ne risultò fu per molti versi profondamente liberatorio per la gran parte di coloro che sopravvissero – le forme schiavitù basate sull'equiparazione degli schiavi ad oggetti (chattel slavery) furono, ad esempio, in larga parte abbandonate dalle grandi civiltà. Si trattò di un risultato storico di grande rilievo. Il declino delle città significò, per molte persone, ridurre parecchio il lavoro. In ogni caso, tutti ci auguriamo che la transizione questa volta non sia così epica nelle sue dimensioni. Soprattutto se si considera che oggi i mezzi di distruzione sono di gran lunga più potenti.

 
PP: Cosa ritiene giochi il ruolo più importante nella storia dell'umanità: il denaro o il debito?

DG: Dipende dalle definizioni. Se si definisce il denaro nel senso più ampio del termine, come unità di conto mediante cui è possibile stabilire, poniamo, che 10 di questo valgono 7 di quest'altro, possiamo affermare non ci può essere debito senza denaro. Il debito è soltanto una promessa che può essere quantificata nei termini della moneta (e che in questo modo diventa impersonale e trasferibile). Ma se mi sta chiedendo quale è stata la forma più importante che ha assunto il denaro, il credito o la moneta coniata, in tal caso la mia risposta sarebbe: il credito.

 
PP: Passiamo ora ad alcuni problemi d'attualità. Sappiamo che in molti stati occidentali, negli ultimi anni, le famiglie hanno contratto debiti enormi ricorrendo alle carte di credito e alle ipoteche (queste ultime rappresentano una delle cause principali della recente crisi finanziaria). Alcuni economisti affermano che la crescita economica, a partire dall'era di Clinton, si è basata essenzialmente su un aumento insostenibile dei debiti delle famiglie. Da un punto di vista storico, come dovremmo considerare questo fenomeno?

DG: Da una prospettiva storica, è piuttosto inquietante. In realtà ci potremmo spingere più un là dell'era Clinton – si potrebbe dire che quella che stiamo vedendo oggi è la stessa crisi che ci trovavamo ad affrontare negli anni '70; semplicemente, siamo riusciti a schivarla per 30 o 35 anni proprio grazie a tutti quegli elaborati strumenti di credito (e, naturalmente, con l'iper-sfruttamento del Sud globale attraverso i debiti contratti dai paesi del Terzo Mondo).

Come ho detto, la storia eurasiatica, presa nei suoi contorni più generali, oscilla avanti e indietro fra periodi dominati dalla moneta di credito, virtuale, e periodi dominati invece dalla moneta coniata e dai lingotti. Il sistema di credito dell'antico Vicino Oriente aprì la strada ai grandi imperi schiavisti dell'era classica in Europa, India e Cina, che utilizzavano la coniazione per pagare le truppe al loro servizio. Con il medioevo, gli imperi vennero meno e lo stesso destino subì la coniazione, con l'oro e l'argento custoditi in larga parte in templi e monasteri. Il mondo tornò così al credito. Dopo il 1492, tornano sulla scena i grandi imperi mondiali, e, con essi, ricompaiono la valuta d'oro e d'argento e la schiavitù.

Quello che è accaduto da quando Nixon ha abolito il gold standard nel 1971 ha rappresentato nient'altro che un'ulteriore giro di ruota, anche se ovviamente transizioni del genere non accadono mai due volte allo stesso modo. Nel passato, i periodi dominati dalla moneta virtuale di credito furono anche periodi in cui esistevano forme di protezione sociale per i debitori. Se si riconosce che il denaro è soltanto una convenzione sociale, un credito, un "pagherò", allora la priorità è comprendere cosa può frenare le persone dal generare denaro senza fine. Ancora: come si previene la circostanza per cui i poveri finiscono intrappolati nel debito e diventano di fatto asserviti ai ricchi? È stato per risolvere problemi del genere che abbiamo avuto la "pulitura delle tavolette" in Mesopotamia, i Giubilei, e le leggi medievali contro il prestito ad usura sia nel mondo cristiano che in quello islamico.

Già nell'antichità si pensava che il peggior scenario in grado di condurre alla dissoluzione della società era proprio una grossa crisi del debito; le persone comuni erano così indebitate con quell'uno o due percento della popolazione che deteneva il grosso della ricchezza, da trovarsi costrette a cedere in schiavitù membri della famiglia o addirittura se stessi.

Cosa accade invece oggi? Anziché dar vita a qualche genere di istituzione sovraordinata per proteggere i debitori, si creano queste immani istituzioni planetarie come il Fondo Monetario Internazionale e Standard & Poor's per proteggere i creditori. Queste istituzioni dichiarano, in spregio ad ogni logica economica, che a nessun debitore dovrebbe essere consentito fallire. Inutile a dirsi, il risultato è catastrofico. Stiamo sperimentando qualcosa che – a me, almeno – ricorda le circostanze tanto temute dagli antichi: una popolazione di debitori che cammina sull'orlo del disastro.

Dovrei aggiungere che se Aristotele fosse tra di noi oggi, dubito seriamente che penserebbe che la distinzione fra affittare o vendere se stessi o membri della propria famiglia per lavorare, sia qualcosa di più che una sfumatura legale. Concluderebbe probabilmente che la maggior parte degli americani sono, da tutti i punti di vista, schiavi.

 
PP: Ha detto che il FMI e S&P sono istituzioni tese principalmente a riscuotere debiti in nome dei creditori. Questo sembra anche essere il caso dell'Unione Monetaria Europea. Cosa pensa dell'attuale situazione europea?

DG: Penso sia un chiaro esempio del perché le attuali condizioni sono chiaramente insostenibili. Ovviamente "l'intero debito" non può essere pagato. Ma anche quando alcune banche francesi hanno offerto volontariamente garanzie per la Grecia, le altre hanno insistito nel trattarla in ogni caso come se fosse fallita. La Gran Bretagna ha preso una posizione persino più assurda, secondo cui questo vale anche per i debiti che i governi devono alle banche che sono state nazionalizzate – il che vorrebbe dire, tecnicamente parlando, che lo stato è debitore di se stesso! Se ciò significa che coloro che percepiscono pensioni di invalidità non saranno più nelle condizioni di usufruire del trasporto pubblico, o che i centri giovanili devono essere chiusi, questa ci viene presentata semplicemente come "la realtà dei fatti".

Questa "realtà dei fatti" appare sempre più chiaramente come la realtà del potere. In tutta chiarezza, ogni pretesa che i mercati si autosostengano e che i debiti siano sempre onorati, è stata spazzata via nel 2008. Questo è uno dei motivi per cui a mio avviso assisteremo ad una reazione molto simile a quella che abbiamo visto al culmine della crisi del debito del Terzo Mondo – ciò che fu chiamato, in modo piuttosto assurdo, il "movimento no-global". Questo movimento chiedeva una democrazia autentica, e sperimentò al suo interno forme di democrazia diretta e orizzontale. Dall'altra parte c'era la temibile alleanza tra le élite finanziarie e i burocrati delle istituzioni globali (FMI, Banca Mondiale, WTO, oggi l'Unione Europea...).

Quando migliaia di persone cominciano a radunarsi nelle piazze in Grecia e Spagna, chiedendovera democrazia, quello che stanno realmente dicendo è: "nel 2008 avete fatto scappare i buoi dalla stalla. Ma se il denaro è soltanto una convenzione sociale, una promessa, un 'pagherò', e se persino miliardi di debiti possono essere cancellati se dei concorrenti sufficientemente potenti lo chiedono; se le cose stanno in questo modo, e se 'democrazia' significa davvero qualcosa, allora tutti devono avere voce in capitolo nel processo decisionale che stabilirà su quali basi queste promesse sono state fatte e come vanno rinegoziate". Trovo tutto ciò straordinariamente incoraggiante.

 
PP: Parlando in generale, come pensa si svilupperà l'attuale crisi finanziaria e dei debiti sovrani? Senza chiederle di leggere nella proverbiale sfera di cristallo, cosa pensa ci attenderà nel futuro? In che direzione dovremmo orientarci?

DG: Ragionando sul lungo termine, sono abbastanza ottimista. Avremmo dovuto cominciare a fare qualcosa già almeno 40 anni fa; certo che se pensiamo nei termini di cicli di 500 anni, 40 anni non sono nulla. Forse si riconoscerà finalmente che in una fase dominata dal denaro virtuale, devono essere attuate alcune misure di sicurezza, e non solo per proteggere i creditori. Quanti disastri occorreranno perché si cominci a ragionare in questi termini? Non saprei dirlo.

Ma c'è un'altra domanda che dobbiamo porci: una volta che avremo realizzato queste riforme, quello che ne risulterà potrà essere ancora chiamato "capitalismo"?